Vivere sugli Iblei, altipiano montuoso della Sicilia sud orientale è cercare di raccontare la storia di 1800 biodiversità è stata la spinta iniziale che ci ha portati a costruire  un laboratorio di distillazione della natura. Primo e unico il magico nettare di Ibla: il miele,  l cui produzione da secoli è presente sull'altipiano "greco". Il  distillato tipico dei monti Iblei che segue la naturale fermentazione dell'  idromele dunque il primo prodotto che vi offriremo.

Il riscontro di talune notizie, ci ha condotti a scoprire che c’è storia dietro al nostro prodotto, da qui è nata la collaborazione con Barbara Crescimanno attenta studiosa del mito ed altro, grazie alla quale siamo andati a ritroso verso le scoperte compiute da taluni ricercatori, che ci ha riportato alle origini e anche prima.

Il viaggio verso le origini è dunque iniziato, assegnando il ruolo di Virgilio della nostra ricostruzione, alle testimonianze archeologiche da una parte e alle fonti letterarie dall’altra.

Il mito è quello che incontriamo, pensando che fosse talee scoprendo invece che c'è stato davvero.

Tutto nasce dalla lettura di un articolo di Barbara Crescimanno (pubblicato dal bimestrale: - Dialoghi mediterranei - edito dall’Istituto Euroarabo di Mazara del vallo), e liberamente disponibile su Internet, dal titolo:

 -       Kore e le Ninfe del Mediterraneo.

 Perché la storia narrata dai Barbara è così importante?

Nello studio troviamo le testimonianze di qualcosa che appartiene a questa zona dove ci troviamo adesso, soprattutto per caratterizzazione geologica oltre che per identificazione documentale, qui sono infatti le grotte, le sorgenti d’acqua e tutta la suggestione di cui parla Barbara nel suo articolo, Il luogo ideale in cui le Ninfe di terra e di acqua potevano alloggiare, danzare, cantare o ronzare felici. Ma non voglio anticipare altro, ci penserà Barbara nel suo articolo a narrarvi di ciò.

E’ bene precisare che ci troviamo ad Akrai, i cui confini dell’Acropoli sono ben descritti nella stele di Akrai che qui di fianco trovate e che vi forniamo la traduzione disponibile presso il museo archeologico di Palazzolo Acreide, si possono definire da alcuni spunti letterari, una vasta zona sul Monte Akron, in cui è presente un antico teatro Greco, accanto insiste un luogo pubblico in cui si svolgeva l’Agorà cittadina, chiamato Buleuterion, poco distante si trovano: l’Intagliata e l’Intagliatella di cui in seguito andremo a definire delle ipotesi, in cima alla montagna troviamo tre Templi, uno a 6 colonne sul fronte e 13 colonne di lunghezza, le colonne erano di tipo dorico sormontate da un Capitello Ionico, come quello centrale nella figura 1

La figura 2 è invece il logo che abbiamo scelto per il nostro marchio, che a questo si ispira, oltre che stilizzare un’ape con la ligustica intenta a succhiare il miele, di Ibla appunto.

Il tempio fu edificato nel 664/663 a.C. ed era dedicato ad Afrodite, dea simbolo della: vita, forza, bellezza ed eleganza

Gli altri 2 templi erano rispettivamente dedicati ad Artemide e Core, individuiamo subito Core chiamata anche Persefone, poiché è il personaggio centrale su cui ruota tutta la storia di Akrai.

In questa storia Akrai spunta, insieme ad Akrillai (l’odierna Chiaramonte), Casmene (sulla Buccheri-Giarratana) Kamarina (Santa Croce Camerina)

Ma Akrai era la colonia più grande e più importante mentre gli altri erano solo avamposti militari o minori.

Akrai era difficilmente attaccabile e al tempo stesso costituiva un punto ideale per vigilare sui territori circostanti. Grazie all'importanza della sua posizione strategica, la città si sviluppò. Fedele a Siracusa, ebbe però vita politica, amministrativa e militare autonome, al punto che un suo esercito intercettò quello di Nicia (421 a.C.) nella Val di Noto o Valle dell'Anapo e lo sconfisse. (Fonte Wikipedia)

Sul Parco di Akrai, troviamo I Templi ferali, le mammelle di lamia, la necropoli della Pinita, ad Akrai si svolgeva l’antico mercato, come recita la stele custodita nel museo archeologico

Ma andiamo al sito più importante del parco di Akrai: I Santoni.

Molto si è detto di questo luogo ma moltissimo si dovrà ancora dire perché è qui che troviamo le raffigurazioni iconografiche del rito dedicato a Demetra.

In cosa consisteva il rito di Demetra lo andremo a dire tra poco.

Innanzitutto stabiliamo che Demetra è una divinità della magna Grecia di alto rango e importanza, sorella di Zeus e di Ade, nella mitologia greca è la dea del grano e dell'agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre.

Ade, innamorato di Persefone, la rapì con il consenso di Zeus; mentre stava raccogliendo dei fiori, insieme ad alcune ninfe, le apparve un Asfodelo (il fiore da cui anche gli Dèi sono attratti) e quando lei lo colse, Ade la rapì. Il rapimento, secondo alcuni, avvenne ai piedi del monte Etna, (altri sostengono vicino a Pergusa) (a noi sembra più efficace questa seconda ipotesi). Sua madre, Demetra disperata per la scomparsa della figlia, la cercò per nove giorni arrivando fino alle regioni più remote: il decimo giorno, con l'aiuto di Ecate ed Helios, seppe che il rapitore era il Dio degli Inferi. Adirata, Demetra abbandonò l'Olimpo e scatenò una tremenda carestia in tutta la Terra, affinché questa non offrisse più i suoi frutti ai mortali e agli Dèi. Zeus tentò allora di riconciliare Ade e Demetra, per evitare la fine del genere umano: inviò il messaggero Ermes al fratello, ordinandogli di restituire Persefone, a patto che ella non si fosse cibata del cibo dei Morti.

Ade non si oppose all'ordine ma, poiché Persefone era effettivamente digiuna dal ratto, la invitò a mangiare prima di tornare dalla madre: le offrì così un melograno, frutto proveniente dagli Inferi, in dono. In procinto di mettersi sulla via di Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, Ascalafo, la vide mangiare pochi grani del melograno: in questo modo si compì dunque il tranello ordito da Ade, affinché Persefone restasse con lui negli Inferi. Allora si scatenò nuovamente l'ira di Demetra, Zeus propose un nuovo accordo, per cui, dato che Persefone non aveva mangiato un frutto intero sarebbe rimasta nell'oltretomba solamente per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno; avrebbe trascorso così sei mesi con il marito negli Inferi, e sei mesi con la madre sulla Terra. La proposta fu accettata da entrambi, e da quel momento si associano la primavera e l'estate ai mesi che Persefone trascorre in terra dando gioia alla madre, e l'autunno e l'inverno ai mesi che passava negli Inferi, durante i quali la madre si strugge per la figlia. (fonte Wikipedia)

A questo punto spunta la figura del Prof. Samorini il massimo esponente di studio dell’archeologia delle Piante

Samorini viaggia da uno scavo archeologico all’altro affrontando l’impostazione del suo studio mediante il confronto e quindi individuando le evidenze dirette e quelle indirette materialmente riscontrabili nello scavo:

Le evidenze dirette spesso sono reperti materiali che affiorano negli scavi archeologici presentando resti del vegetale per esempio radici cristallizzate di offerte lasciate nella tomba ipotizzando che potessero aiutare il defunto nell’adattamento post mortem o ritrovato in bocca al cadavere perché masticato per attenuare il dolore poco prima di morire, ma anche per evidenza chimica cioè l’analisi ai capelli, ossa e tessuti organici, che consente di individuare tracce dell’inebriante nel corpo umano.

Le evidenze indirette riguardano gli effetti che l’uso di tali fonti inebrianti hanno prodotto sui tessuti umani, ma anche nel ritrovamento dei parafernali, cioè degli strumenti utilizzati per l’assunzione, quali: pipe, vasellame, cannucce, ma quello che più ci ha colpito e ci conduce alle evidenze che vogliamo sottolineare sono le rappresentazioni iconografiche mediante l’individuazione di immagini ritratte con incisioni su pietra o sul vasellame in uso.Ogni anno ad ottobre qui ad Akrai negli spazi che si trovano attualmente nell’intagliatella si celebravano le thesmoforie, riti appunto dedicati a Demetra.

Quello che a questo punto è stato naturale per noi chiedere al Prof. Samorini, che abbiamo incontrato a Palermo, grazie alla dritta di Barbara è stato se in Sicilia ci siano luoghi in cui si sono celebrati i riti eleusini.

La risposta non è affermativa, dunque nessuna testimonianza dei riti in Sicilia, molto più presenti come legenda e molto osteggiati dalla religione che subentrò dopo (il Cristianesimo). Il rito eleusino si è celebrato ad Eleusi vicino ad Atene per circa 2000 anni e poi è scomparso.

Dunque nessun rito eleusino si è svolto ad Akrai, essendo questo in Sicilia, qui infatti si celebravano nello spazio vicino il Teatro da cui furono ricavati l’Intagliata e l’Intagliatella, Le tesmoforie!

Le domande che a questo punto è spontaneo rivolgere al Porf. Samorini sono:

Durante le thesmoforie di Demetra tenutesi ad Akrai di quale sostanze si faceva uso?

C’è un origine certa per i prodotti che noi produciamo?

Una breve parentesi sulle scoperte di Samorini sono che:

Il Vino da vite è nato in Georgia nel 5800 a.C. anche se poi si è diffuso tantissimo in Italia

La Birra da cereali è nata in Cina nel 6.000 a.C.

I Superalcolici provengono invece dalla Slovacchia e dall’Iraq e sono datati 4.000 a.C.

La scientifica ricostruzione che Samorini fa nel su Archeologia delle Piante Inebrianti, riguarda anche il miele una sostanza molto presente ad Akrai e anticamente conosciuta.

L’archeologia del miele, ci porta al mesolitico, nell’arte rupestre preistorica in questo caso è raffigurata l’immagine dell’uomo che raccoglie il miele, ma presto l’uomo ha imparato a fare uso del miele anche come base per le sostanze alcoliche.

Da qui la conseguente nascita dell’Idromele

La semplicità con cui il miele mischiato con acqua diventa alcool e quindi Idromele, è sbalorditiva.

Va ricordato inoltre che l’idromele è presente nella poesia della mitologia vichinga, ma soprattutto è stato ipotizzato l’impiego di questa sostanza all’interno delle tesmoforie nei culti dedicati a Demetra a questo punto la vicenda per noi prende una direzione ben precisa.

Capire se l’idromele è nato ad Akrai

Ma Samorini spiega nel suo testo che l’Idromele viene dallo stesso luogo da cui provengono le raffigurazioni rupestri concernenti il miele e più precisamente dalla Spagna in una zona vicino Toledo la sua origne è datata 4.200 a.C.

Secondo Samorini, la presenza di idromele è testimoniata nel tardo neolitico, tra l’età del bronzo e del ferro, e tale presenza è legata al rinvenimento dei pollini del fiore della filipendola, delle famiglie delle rosacee, fiore che aromatizzava il prodotto.

Le più antiche raffigurazioni ritrovate per questa sostanza riguardano dunque il sito di Azutan a Toledo in Spagna e sono datate 4220-3970 a.C.

In Georgia nel sito di Kodiani datato 2600-2400 a.C. durante l’inumanazione di una tomba, sono stati ritrovati tre contenitori di terracotta con concentrazioni molto elevate di pollini di rosacee

Reperti antichi circa 1.000 anni sono stati trovati in Svezia e Austria

In Gran Bretagna durante l’inumanazione nel sito di Ashgrove, datata 1750 -1500 a.C. è stato trovato traccia di miele disciolto in liquido e rimasto “custodito” dal muschio e sulle foglie presenti nella tomba.

E infine il più grande ritrovamento datato 560 a.C. nella tomba del condottiero di Hochdorf nel Baden Wuttenberg in Germania è stato rinvenuto un calderone dalla capacità di 550 litri, le cui analisi palinologiche hanno mostrato contenesse Idromele per 2/3 e quindi per 360 litri. All’interno del calderone era presente una scodella d’oro e appese a una parete dell’ambiente si trovavano otto corna con ornamenti di bronzo impiegate per bere. L’idromele anche in questo caso era stato bevuto in onore del defunto.  

La nostra ricerca a questo punto è stato nel comprendere se questa bevanda fosse caratteristica di Akrai, e dunque assorbite le informazioni del testo di Samorini, ci siamo spostati a seguire un’altra studiosa le cui pubblicazioni* sono disponibili e gratuite su Internet, e parliamo di Marina Albertocchi, nota archeologa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che diventano il punto di partenza della nostra considerazione:

- Eugenie ebbre*,

- Considerazioni in margine ad un deposito con resti di pasto dal Thesmoforion di Bitalemi Gela, anche noto come Studio del reperto 2885 ritrovato nella collinetta di Bitalemi a Gela*

Innanzitutto il rinvenimento nel sito di Bitalemi di alcuni graffiti risalenti al V secolo a.C. recanti il nome a cui veniva tributato il culto: DEMETRA e la menzione della celebrazione relativa: THESMOPHORIE,

quest’area sacra è stata frequentata proprio poco dopo la metà del secolo VII a.C. ricordo ai presenti che Akrai fu fondata dai corinzi stanziati a Siracusa nel 664 a.C. le due date quelle della frequentazione di Bitalemi dove sono stati rinvenuti tra l’altro, resti di crateri corinzi e quella della fondazione di Akrai, frequentata contemporaneamente dalla stessa gente, coincidono quasi del tutto.

Ma cosa c’è nel reperto 2885 di Bitalemi?

Intanto i crateri Corinzi anzidetti, e soprattutto le fasce decorate che riproducono fregi animalistici, costituenti dunque quelle evidenze indirette prima definite nei metodi scentifici di approccio, ma poi anche coltelli e grattugie, residui di cibi.

Le indagini che la Albertocchi ha compiuto hanno riguardato anche altro vasellame rinvenuto a Bitalemi la ricerca è stata orientata a decifrare il significato iconografico riportato e la motivazione perché si trovasse in quel luogo.

Ma che si faceva durante queste Thesmoforie?

E soprattutto le Thesmoforie , erano Azuse come le descrive il commediografo Aristofane? o erano Ebbre? come spiega l’Albertocchi.

Intanto vediamo cosa dicono le fonti letterarie:

-Il culto è segreto.

-Indiscusse protagoniste erano le cittadine libere, legittimamente coniugate, ma alle celebrazione erano ammesse anche giovani donne purchè si trovassero in età da marito.

-Limitata era la presenza maschile e addetta esclusivamente all’attività sacrificale.

Le Eugenie gynaikes (le donne maritate) si ritiravano nell’aria deputata e qui digiunavano, in rievocazione del dolore provato da Demetra per la perdita della figlia Persefone, rapita da Ade.

Nell’ultimo giorno del digiuno si compivano i pasti rituali auspicio di fertilità.

La presenza dei Crateri fa presagire l’utilizzo di ciò che, dall’età micenea in poi, è stata la bevanda privilegiata da mescolare all’acqua e cioè il vino.

Ma in quel tempo, il consumo di vino era vietato per le donne. Questa era una regola nata per rispettare l’ordine sociale, poiché il vino secondo la credenza, rendeva le donne lascive attratte dall’infedeltà, e questo finiva per generare la rottura degli equilibri sociali.

Eppure Aristofane, il commediografo, e va sottolineato questo aspetto caricaturale, è propenso a favorire l’ipotesi del sovvertimento degli ordini sociali a favore delle Thesmoforie azuse durante i festeggiamenti in onore di Demetra.

Nonostante la suggestione che questa ipotesi genera, bisogna inquadrare il ruolo delle ricorrenze demetriache, poiché se è vero che dal rovesciamento dei compiti rispetto alla normalità, attraverso un passaggio addirittura di eccesso, potrebbe deporre a favore di tale ipotesi, non va perso di vista lo scopo delle feste demetriache, che andiamo ad approfondire.

Innanzitutto bisogna sottolineare che l’associazione tra donne e uso del vino era attività riservata alle “Menadi” donne di facili costumi, che ben poco hanno da spartire con le spose e le madri che partecipavano alle tesmoforie.

E ben noto tra l’altro che durante le celebrazioni tesmoforiche le donne dovevano astenersi da ogni contatto con il sesso maschile, addirittura facendo uso di piante antiafrodisiache come l’agnocasto e l’aglio. Ed è qui che si colloca dunque la presenza di un altro liquido all’interno di quei crateri, che dovevano contenere sicuro una miscela, ma molto più probabilmente di latte e miele, sostanze più adatte per la loro natura cerimoniale alla sfera infantile, volto a tutelare la castità.

Dunque non thesmoforie azuse ma nella distinzione tra universo maschile e femminile e nei diversi ruoli sociali a Dioniso il vino e la trasgressione sessuale, a Demetra il miele e la tutela della castità.

L’ipotesi a questo punto per i Crateri di Bitalemi è che gli stessi contenessero il famoso Ciceone, composto da: vino di Pramno, finissimo e curativo, farina d’orzo, miele e formaggio di capra. Ottenendo così una mistura curativa nota a Circe e agli uomini di Odisseo che imprigionò grazie ai suoi effetti.

Il ciceone poteva diventare afrodisiaco mediante l’aggiunta della segale cornuta e del suo fungo parassita l’ergot.

L’immagine delle donne invasate e in preda a impulsi distruttivi che comunque è testimoniata avvenisse durante le thesmophorie doveva dunque ricondursi non all’alcool ma alle sostanze aromatiche aggiunte magari grattugiate, visto il rinvenimento di alcune grattugie in bronzo all’interno del reperto 2885 nel sito di Bitalemi.

Ma un elemento che sottolinea il legame tra le celebrazioni demetriache e la presenza di miele all’interno di quei crateri, componente base dell’idromele è il colore del medesimo equiparabile al sangue divino o al liquido amniotico delle partorienti. Il miele difficilmente inquadrabile tra mondo animale e mondo vegetale è particolarmente adatto al collegamento sia con il mondo e l’aldilà sia con la nascita dei neonati. Ecco dunque la relazione con le feste tesmoforiche basate appunto sulla propagazione della stirpe e sull’annuale rinascita agraria.

Ma il dato più significativo che fuga quasi ogni dubbio sul preciso riferimento all’uso del miele e al suo consumo durante i riti demetriaci, consiste nel modo in cui venivano chiamate le celebranti in ricordo all’ospitalità fornita a Demetra dal re Melissos a Paros, le sacerdotesse venivano chiamate Melissai e il collegamento tra le api e le partecipanti ai culti tesmoforiaci va considerato non tanto rispetto alla maternità ma quanto rispetto al comportamento corretto che le spose fedeli e madri legittime (eugeines gynaikes) devono mantenere, improntato alla castità, operosità e riservatezza così come le api che costituiscono gli animali sobri e morigerati per eccellenza del pensiero antico.

La protezione della fertilità umana legata a quella agraria richiama la funzione generativa delle donne, posta sotto la tutela delle api nutrici.

E dunque è proprio il miele che segna il cammino delle donne passate da Ninfe a Melisse spose e madri del focolaio domestico. Nelle raffigurazioni vascolari la sposa terrena è associata visivamente ad Afrodite in base ad alcuni elementi distintivi quale la parziale nudità al momento delle nozze, caratterizzando la donna sotto la sfera afrodisiaca piuttosto che sotto quello della moglie, le cui virtù sono costruite dal profondo rispetto che ella deve incutere e dalla riservatezza che deve manifestare

A questo punto per concludere sui crateri di Bitalemi nell’ambito delle misture conosciute all’epoca qui, la più antica e la più semplice da realizzare è proprio l’idromele formato dal 30 % di miele e dal 70 % di acqua, il tutto mescolato va in fermentazione quasi naturalmente e produce una bevanda dal potere inebriante.

L’arcaicità della bevanda non può non richiamare quella sottolineata da alcune pratiche rituali in onore di Demetra, Thesmophoros, come quella da utilizzare nei giacigli provvisori composti da rami e foglie, ed esplicitamente ricordata da Diodoro in riferimento ai riti demetriaci Siracusani e dunque del tempio dei santoni di Akrai in cui si imitava il modo di vivere antico.

Aspetti strettamente correlati al culto praticato, tesi a insistere sulla primordialità assoluta e fondanti della genis umana e cosmica con cui la sfera rituale delle tesmoforie ha connessioni decisive e vitali.

L’Idromele ha uno stretto collegamento con la sfera della maternità, così presente nelle celebrazioni demetriache e tesmoforiche, come attestano alcune fonti antiche, esso poteva essere utilizzato per accertare una presunta gravidanza.

Anche il procedimento di preparazione dell’Idromele spiegato da Plinio, depone in tal senso. Secondo Plinio il tempo di maturazione necessario alla fermentazione dell’idromele che, partendo dal mese caldo: agosto, giunge in corrispondenza di ottobre, periodo della semina, e dunque il momento in cui si svolgevano le festività tesmoforiche.

Le donne riunite a celebrare le feste tesmoforiche traevano grado di esaltazione utile per superare il tradizionale giorno di digiuno, non dal vino naturale bevanda maschile, ma dall’idromele dalla forte connotazione rituale, che generavano a volte rituali d’eccesso, necessari questi in un quadro di purificazione soprattutto fisica, che consenta di ritornare, dopo il pieno sovvertimento di ogni regola, ad un normale livello di ordine sociale pienamente confacente allo status delle donne che partecipavano alle celebrazioni (Eugeneis gynaikes).

Il miele componente principale della mistura rappresentava l’elemento chiave per marcare la stringente connessione alla sfera della maternità il necessario passaggio da sposa a madre.

Tale elemento appare, contrariamente al vino, particolarmente adatto a rappresentare l’universo femmineo, quello delle melisse, le donne api, caste, sagge, custodi dell’operosità domestica, capace di incanalare attraverso le celebrazioni demetriache le pulsioni selvagge e di restaurare l’ordine biologico della vita civilizzata, in cui la funzione fecondatrice riveste un ruolo determinante.  

Il miele appare particolarmente adatto a simboleggiare il sottile confine tra natura e coltura in cui le ninfe spose ancora sospese tra il mondo selvatico dell’adolescenza e la domesticazione conseguente all’unione matrimoniale viene simboleggiata nel rituale tesmoforiaco.

Il rituale pone una sfida apparentemente ambigua dove le caste melisse riportano le eugeneis gynaikes allo stato di castità prematrimoniale delle ninfe in una sorta di cammino a ritroso che dura solo il tempo delle celebrazioni, come avveniva per Persefone, quando restituita alla madre Demetra.

Le api e il miele ampiamente presente in Sicilia, come mostra la notorietà del miele Ibleo, noto a Virgilio, ma noto anche per avere preservato il corpo di Alessandro il grande, immerso nel liquido dopo la sua morte e rimasto inalterato per oltre 200 anni, divengono il fulcro del percorso che nel paradosso rituale trasforma le ninfe in ginaykes, madri e mogli, ideali e a sua volta le gynaikes in ninfe giocando sui valori della castità e della fertilità di segno opposto ma profondamente collegato.

Ed è così che i crateri di Bitalemi, volutamente spezzati ritualmente dopo l’uso tornano dopo altre 2500 anni a suggerirci un possibile sguardo su ciò che era vietato sentire e ciò che era meglio non vedere. (Marina Albertocchi)

Ma a Bitalemi è conservato anche il resto di un pasto che a questo punto andiamo ad analizzare          

  I resti di un banchetto si compongono da 24 oggetti in vasellame, corinzio soprattutto

sotto il vasellame erano i resti di un suino (una mandibola) e due pietre con evidente tracce di fuoco.

Il rinvenimento del deposito è avvenuto alla massima profondità dello strato, e nell’area non è l’unico che conteneva i resti di cibo.

Dal santuario provengono oltre 130 coltelli, 35 pentole intere adatte a bollire carni, cereali, legumi, del tipo in uso a Corinto fino all’VII secolo a.C.

I coltelli venivano utilizzati per le cerimonie sacrificali. I pasti venivano consumati in loco.

I partecipanti alla cerimonia:

Donne quali consorti e cittadine della polis, c’era poi un mageiros comunemente deputato a compiere il sacrificio e a tagliare la carne. Non è chiaro se lo stesso fosse deputato a presenziare oppure se lasciava il luogo dopo avere compiuto il rito.

I partecipanti al banchetto consumavano carne, ma anche maza di cereali bolliti e non, variamente ammorbiditi nel latte (di capra prevalentemente) ma anche nel miele, nell’olio, così da raggiungere una consistenza semiliquida adatta al consumo in piccole scodelle.

Non ci sono altre indagini paleobotaniche ma è verosimile ritenere che altri alimenti fossero presenti nel pasto rituale dell’area sacra destinati alle Thesmophorie:

Fichi secchi. Sesamo. Semi di papavero. Formaggio. Aglio.

Usanza siracusana era quella di offrire Focacce di Sesamo e miele a forma di genitali femminili.

Ma Angela Bellia un’altra importante studiosa ci dice però che Demetra è onorata a Siracusa e dintorni perché è dedita alla macinazione, protettrice della macina, del grano e dell’orzo, e dunque Dea dei covoni.

E dunque il rito della fertilità e del grano non poteva che non tenersi ad Akrai ma soprattutto, durante le celebrazioni, era presente il pane di Akrai, costituito da grosse pagnotte che andavano “Sbafate”. Approfittando dell’abbondanza e della fertilità di cui Demetra e Persefone erano le protettrici.